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 | Il problema | |
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- Qual è il tipo di discriminazione all’origine dell’intervento? - Quali sono i principali fattori che lo determinano?
Sono ormai diversi i settori produttivi che vedono un`affermata e costante presenza di cittadini immigrati. Eppure il luogo di lavoro rischia di essere, nell`intera Europa comunitaria, fonte di conflitti interculturali e di forme di discriminazione, tanto evidenti quanto non intenzionali o indirette (il rapporto 2004 dell`INAIL parla di un aumento in Italia degli infortuni tra i lavoratori extracomunitari, 105.000 contro i 91.000 dell`anno precedente, e di un tasso di incidenza superiore rispetto a quello degli italiani: 55,6 contro 43,2 per mille, dati che comunque rendono difficile affermare quanto questa situazione sia dovuta ad una minore formazione ed esperienza degli immigrati in tema di sicurezza nel lavoro o quanto invece al possibile impiego di manodopera straniera nelle attività più pericolose). Queste tendenze discriminatorie non riguardano solo il lavoro dipendente ma anche quello autonomo dove, sebbene la presenza immigrata, alla fine del 2003, contasse già 140.000 unità provenienti da Paesi non UE, ancora sono notevoli le difficoltà di riconoscimento delle abilità professionali e di inserimento nel tessuto produttivo. Tali problematiche, che rischiano di originare forme di esclusione e di non garantire un equo accesso al mercato del lavoro, soprattutto quando alla componente culturale si somma la componente di genere, possono assumere forme e caratteristiche particolari soprattutto nelle piccole e medie imprese, dove la presenza di norme e procedure, tarate sui parametri dei lavoratori autoctoni, possono non risultare idonee a soddisfare i nuovi bisogni di cui la diversità culturale può essere espressione. Il fatto, poi, che nelle piccole e medie imprese si instauri spesso un rapporto diretto, a causa dell`assenza o dello scarso peso delle rappresentanze sindacali, tra datore di lavoro e dipendenti, trasforma il primo in un agente mediatore di integrazione, dotandolo di una particolare e complessa responsabilità sociale che certamente ha bisogno di essere sostenuta ed incentivata al fine di evitare che atteggiamenti inconsci e non intenzionali, scaturiti dalla prossimità delle relazioni umane e lavorative, favoriscano l`insorgere di fini discriminatori. Come sostiene Taguieff, diventa allora opportuna un`opera di sensibilizzazione che dia risposte alla `questione immigrata` (Face au Racisme, La Découverte, 1991, p.42) ma che sappia anche mettere a punto strumenti che incidano sui fattori che determinano la discriminazione. In Italia, però, si registra da più parti un generalizzato ritardo su questo fronte ed una diffusa assenza di forme capaci di facilitare la comunicazione (si pensi allo scarso impiego nelle imprese di mediatori culturali) o di diffondere adeguate informazioni tanto ai lavoratori immigrati (materiale multilingue, ad esempio) quanto agli stessi imprenditori (codici di comportamento da adottare nelle imprese, come quelli forniti dalla Commission for Racial Equality nel Regno Unito).
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